Ilaria Capua: «Ragazze, non abbiate paura di mostrare il vostro talento»

Ilaria Capua: «Ragazze, non abbiate paura di mostrare il vostro talento»

17 Marzo 2019 Off Di giornalenuovaimmagine



A TU PER TU

di Maria Luisa Colledani

Eccellenza italiana.La virologa Ilaria Capua, 52 anni, ha vinto decine di premi internazionale per la sua attività di ricerca e oggi è direttrice dell’One health Center of Excellence dell’Università della Florida

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Un piccolo vezzo, pieno di modernità. «Adoro usare gli orecchini spaiati – dice la scienziata Ilaria Capua – le diversità sono ricchezza». La virologa di fama internazionale accompagna con gesto misurato i capelli dietro l’orecchio destro. Al lobo porta un orecchino d’oro bianco che sembra un mazzetto di piccoli stami coronati di brillanti: «Questo era della mia nonna paterna», mentre a sinistra sfoggia una perla con un cerchietto d’oro giallo. La scienziata è in Italia per alcune conferenze e per ricevere il dottorato honoris causa dall’ateneo di Perugia dove tutto è iniziato. «Fate caso, ad esempio, al grifo – e torna al tema della diversità -. Il simbolo della città è una creatura maestosa, per metà aquila e per metà leone, e rappresenta l’immenso potenziale della diversità, che si nutre di apertura, di mancanza di pregiudizi e del valore intrinseco del confronto».

È una giornata di sole a Perugia, quel sole che addolcisce una terra dove l’arte, il buon cibo e una storia secolare hanno reso tutti più ricchi. La luce filtra attraverso le alte arcate del Palazzo dei Priori e quell’orecchino di nonna Rosaria brilla ancora di più. Siamo sedute nella Sala dei Notari, dove le assemblee del popolo decidevano le sorti della città e dove decine di animali, fantastici e non, coi loro stemmi araldici ci stanno a guardare dalle volte: «Trent’anni fa – ricorda la professoressa – mi laureavo in Veterinaria in questo ateneo: i sampietrini che l’università mi ha dato, esame dopo esame, (bocciatura in Microbiologia compresa), messi tutti in fila per bene, uno dopo all’altro, hanno pavimentato la strada che mi ha portato negli Stati Uniti».

Ilaria Capua, 52 anni di classe sbarazzina, è direttrice dell’One health Center of Excellence dell’Università della Florida: «È un centro di eccellenza che vuole vedere la salute come un sistema e intende la salute dell’uomo integrata con quella degli animali, delle piante e dell’ambiente. Oggi abbiamo informazioni inimmaginabili dieci anni fa: il big data environment è alimentato dai dati che tutti noi produciamo che vanno dalla A alla Z, dalle allergie alle zanzare. Grazie a sistemi capaci di produrre algoritmi in grado di analizzare quantitativi immensi di dati, siamo arrivati a questa nuova visione della scienza: si tratta di una consapevolezza e di un approccio moderni. Ad esempio, per trattamenti contro le zanzare rischiamo di uccidere e distruggere il patrimonio apistico, quindi dobbiamo essere più attenti e ora possiamo farlo, anche grazie a collaborazioni internazionali. In questa fase, stiamo creando una intensa collaborazione con l’Isi, l’Istituto interscambio scientifico di Torino, presieduto dal professor Mario Rasetti, e so che faremo belle cose. Sto anche lavorando con Luiss e Bocconi per creare percorsi interdisciplinari che preparino le nuove generazioni alle sfide del futuro».

Belle cose nella ricerca significa restare affascinati dai meccanismi della scienza, dal desiderio di andare in direzione ostinata e contraria per trovare nuove vie ed è ciò che Ilaria Capua ha cercato nel 2016 accettando la sfida americana, reduce dai suoi primi 50 anni pieni di tutto, il rosso e il nero, le stelle e il buio più profondo. Anni intensi, convulsi, burrascosi. Una cittadina del mondo, nata a Roma, sbarca a Perugia: «Mio padre mi voleva avvocato, ma desideravo fare una facoltà scientifica e andar via da casa. Così mi inventai una passione per gli animali perché a Roma Veterinaria non c’era e, con la clausola di salvaguardia di non perdere esami e di prendere tutti 30, potei partire per Perugia, che era scritta nel mio Dna ben prima che io nascessi perché mio nonno Mario, detto anche nonno Banda (si chiamava Mario Bandini, ndr), era stato preside della facoltà di Agraria di Perugia». Il cursus honorum prometteva già bene nel 1989: primina a 5 anni, diploma al liceo internazionale a 17 («Quanta apertura mentale da quella scuola»), laurea a 22 anni. Le stimmate della fuoriclasse sono già in queste tre tappe.

Catapultata sulla scena mondiale nel 2006 per aver caratterizzato il ceppo africano H5N1 dell’influenza aviaria e per aver messo a disposizione di tutti – iniziava così l’era dell’open access – quei dati, ha vinto un’infinità di premi che, a metterli in fila, lo spazio di questa intervista sarebbe già finito: fra tutti, nel 2007 il premio Scientific American 50, nel 2008 è stata inclusa fra le “Revolutionary minds” dalla rivista americana Seed, nel 2011 è stata la prima donna a vincere il Penn Vet World Leadership Award, il più prestigioso riconoscimento nel settore della medicina veterinaria. L’Istituto zooprofilattico sperimentale di Legnaro (Padova) è stata la sua casa, il mondo la sua dimensione. La chiamano, va, vede, scopre, duttile, schietta, il passaporto sempre da rifare per i tanti visti che lo riempiono: è il moto perpetuo di un concentrato di energia.